Bufera e un milione di scale

di Elisa Pompei

LA BUFERA 

La poesia “La bufera” di Eugenio Montale fa parte della sezione “Finisterre” ed apre la raccolta “La bufera e altro”, dalla quale prende il nome. Il titolo della raccolta si riferisce agli eventi ed alle brutalità della seconda guerra mondiale e fu pubblicata per la prima volta nel 1956. Essa contiene cinquantasette componimenti articolati in sette sezioni. 

La poesia tratta gli argomenti dello sconvolgimento causato dalla guerra e dell’addio a Clizia, la sua donna amata. “ La bufera”, fin dal titolo, fa subito percepire l’idea di un ambiente tormentato, violento e buio, caratterizzato da ansie e preoccupazioni che vengono accentuate dalla perdita del proprio amore. Clizia era per il poeta la donna che poteva forse liberarlo dalla selvaggia esistenza e la quale era in grado di indicargli la via della salvezza. Infatti il distacco dalla sua donna amata, dovuto dalle leggi razziali, in quanto la ragazza di origini ebree fu costretta a fuggire, segna per Montale la fine dell’illusione nella possibilità di una rinascita civile e morale. Il poeta, metaforicamente parlando, definisce la guerra un diluvio di acqua e di grandine, assimila il suono prodotto dai “sistri” – strumenti musicali utilizzati dai sacerdoti di Iside, una dea egizia – al ronzio di aerei da bombardamento. Queste situazioni contrastano con l’immagine di Clizia, con la sua funzione di donna angelo, della quale Montale ricorda i suoi occhi pieni di una luce dolce, che è però ormai solo un ricordo.

Il poeta come possiamo notare utilizza forme aperte, nelle quali non compaiono quasi per niente le rime, e periodi lunghi. Appaiono diverse figure retoriche come le metafore ai vv. 4-10. 

Inoltre molto interessante e particolare è il verso in cui Montale, prova a definire l’inesprimibile sentimento per Clizia, tanto grande da superare l’amore e da definire la donna una “strana sorella”.

Si potrebbe dire che avere al proprio fianco una persona per la quale si prova un sentimento profondo è forse l’unica fonte di speranza dalla quale si può trarre la forza per superare le difficoltà e per combattere le avversità della vita.

HO SCESO DANDOTI IL BRACCIO

La poesia “Ho sceso dandoti il braccio” di Eugenio Montale, fa parte della raccolta “Satura” pubblicata nel 1966, più precisamente della sezione “Xenia II”, formata da quattordici componimenti dedicati al ricordo della moglie Drusilla Tanzi.

Il poeta si abbandona al ricordo confuso e indefinibile per combattere la propria solitudine quotidiana, causata dalla perdita della moglie. 

Nel testo Montale fa capire che che risente della sua assenza in tutte le piccole cose che d’ora in avanti si troverà a fare da solo. Infatti rievoca la bellezza delle tante scale scese porgendo il suo braccio alla donna. Inoltre il poeta evidenzia la forte miopia della moglie, soprannominata per questo “mosca”, nel verso “le vere sole pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue”, facendo intendere che la vera realtà non è esattamente quella che vediamo con gli occhi. 

Il lessico della poesia è colloquiale e intimo, proprio per esprimere le emozioni provate con la sua signora. Appaiono due diversi tempi, il tempo passato per ricordare la scomparsa della moglie e il tempo presente, per il racconto di ciò che sta accadendo senza di lei.

Probabilmente la discesa delle scale può star a simboleggiare anche il loro viaggio nella vita affrontato insieme tra i numerosi ostacoli, superati con la forza dell’amore e dell’unione.

***

L’elaborato è frutto del lavoro di didattica a distanza proposto nell’ambito dello studio del poeta Eugenio Montale.

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