La Giornata della Memoria: “Se questo è un uomo” di Primo Levi

Ricordare è un dovere: essi non vogliono dimenticare, e soprattutto non vogliono che il mondo dimentichi, perché hanno capito che la loro esperienza non è stata priva di senso, e che i Lager non sono stati un incidente, un imprevisto della Storia.

Primo Levi

La Giornata della Memoria, che ricorre oggi, 27 gennaio 2021, è un evento importante, dato che è imprescindibile perpetuare il ricordo di quanto avvenuto negli orridi lager nazisti, al fine di evitare che ulteriori ed efferate epurazioni etniche siano messe in pratica da altrettanto efferati leader politici. La ricorrenza fa riferimento al 27 gennaio del 1945, giorno in cui l’Armata rossa liberò il campo di sterminio di Auschwitz: il turpe spettacolo di morte, miseria e desolazione che i soldati si trovarono davanti non può e non deve essere dimenticato.

Riflettere è perciò doveroso, specie sul processo di progressivo annientamento a cui erano sottoposti tutti i soggetti internati nei campi di sterminio, indipendentemente dal fatto che fossero bambini, donne, o uomini; tutti colpevoli di essere considerati non come persone ma come categorie da eliminare: disabili, ebrei, omosessuali, oppositori politici, tossicodipendenti.

Il Lager è quindi una sorta di fabbrica del male, in cui si entra inconsapevolmente, che trasforma la massa umana che la abita in un coacervo di antitesi, la cui principale espressione è la suddivisione agghiacciante tra sommersi e salvati. Propongo di seguito una breve sintesi del processo descritto da Primo Levi, per mezzo del quale la banalità del male diventa prassi.

Il processo che convoglia un uomo verso la completa trasformazione in un “non-uomo” viene eseguito meccanicamente, e difficilmente si inceppa.
Inizia tutto con la deportazione nel lager, che priva l’uomo della libertà e lo illude di poterla riottenere col merito: ma come tutte le illusioni, anch’essa presto si infrange, rivelando ciò che il lager realmente è.
Difatti, la libertà non è l’unica privazione: si procede a spogliare l’individuo della sua identità, marchiandolo con un numero indelebile, sottraendogli i vestiti e obbligandolo a rasarsi.
In questa fase, l’individuo inizia già a non considerarsi più tale: in uno stuolo di migliaia di altre persone che si trovano nel suo stesso stato, come può ambire a distinguersi, a prendere le distanze da quella massa informe, di cui fa parte, destinata all’annientamento fisico, morale e spirituale?
E se in un primo tempo ci fosse qualche flebile resistenza a tale processo di annichilamento, saranno poi l’inedia persistente, il lavoro usurante e le malattie dilaganti a soverchiare l’istinto di autoconservazione delle migliaia di persone falcidiate dai lager.
Primo Levi esprime, a partire dalla poesia di apertura dell’opera "Se questo è un uomo", le degradanti condizioni degli uomini e delle donne a cui il lager ha sottratto la dignità: si chiede, infatti, se una persona obbligata a lavori inumani, a lottare per il pane e a morire per un nonnulla, possa essere considerata un uomo. 
Questo principio viene successivamente ribadito nel capitolo IX, “I sommersi e i salvati”, nel quale la distinzione è ancora più netta e, per molti aspetti, aberrante: vi sono i “sommersi”, chiamati anche “mussulmani”, con i quali è meglio non parlare, perché in loro ha prevalso la rassegnazione, sicché sono destinati ad una morte imminente; in netta contrapposizione con i primi, vi sono i “salvati”, i quali, pur temendo la morte, riescono a imporsi sugli altri, ingraziandosi i gerarchi nazisti e macchiandosi delle azioni più deplorevoli.
In conclusione, è proprio questa spietata lotta per la vita a rendere l’uomo un “non-uomo”: quando questi perde ogni principio e valore, proprio della società civile, scade nel vivere come un bruto e quindi soccombe agli istinti animaleschi di un essere che di umano non ha più nulla. 

di Lorenzo Favaretto, classe 5° A I.T.E.

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